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Il Trittico di Puccini, composto da Il Tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi, ambientato da Pier Luigi Maestrini nel fosco aldilà della Divina Commedia, va alla conquista del Teatro Verdi di Trieste dopo aver visto la luce al Comunale di Bologna. Sulle Rive triestine mancava da oltre 50 anni, un tempo lunghissimo.
Certo, presentarlo per intero comporta uno sforzo produttivo ingente – e non frequente, nello scorso anno pucciniano solo Torino e Bologna l'hanno affrontato – mettendo di fatto in scena tre opere differenti, con dispiego di mezzi e di interpreti. E' per questo che in genere si suol sceglierne un titolo alla volta, al massimo unendolo ad un atto unico d'altro autore, con accoppiamenti talvolta un po' strani.
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Tre opere, tre situazioni, una base scenica comune
In scena si scorge un roccioso apparato comune, che affida a visionarie, raffinatissime videoproiezioni il compito di differenziare le atmosfere. Tre diverse situazioni, legate da una regia innovativa, davvero curatissima e densa di potenti immagini; regia che già nello scorso giugno a Bologna fece discutere per l'assunto preliminare.
Se nella Divina Commedia Dante pose nel XXX Canto Gianni Schicchi tra i 'falsatori di persona', qui un'audace inventiva va ben oltre. Riandando al Puccini che rimuginava all'epoca vaghe suggestioni dantesche, lo stage director fiorentino ricrea agre e possenti situazioni visive prese di peso dalle celebri incisioni di Gustave Doré, offrendo allo sguardo bolgie infernali ma pure cieli empirei, con in mezzo la dolente mestizia del Purgatorio. Lo coadiuvano in questo tragitto, abilmente, lo scenografo Nicolàs Boni, la costumista Stefania Scaraggi, le fredde luci di Daniele Naldi.
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L'Inferno ed il Purgatorio di Dante
Davanti a noi sfila una ridda di dèmoni selvaggi, supplizi infiniti, grovigli di figure in decomposizione, larve vestite di laceri e sozzi cenci, zombies vaganti. E poi in Tabarro un Michele/Caronte traghettatore d'anime perdute – al posto della Senna l'Acheronte, accanto il deserto - e dannati che rotolano i massi come nel VII Canto. Suor Angelica mutata in albero, al pari dei suicidi del XIII Canto; in Gianni Schicchi, una pelle scorticata quale testamento di Buoso Donati, Lauretta che nutre di resti umani un'arpia, una pioggia di fuoco cadente su Firenze/Sodoma, come nel Canto XV.
Un gioco sottile, indovinare le tante citazioni dantesche. Nondimeno, la drammaturgia di Maestrini, ammirevole per singolarità, dovizia d'invenzioni, per le intense emozioni che suscita, è un po' come la florida decorazione barocca di certe nostre chiese. Un arricchimento, di per sé, ma che nella sua ridondanza decorativa nasconde la naturale bellezza delle antiche architetture sottostanti. In parole povere, tanta fertile inventiva finisce per spostare in secondo piano la musica di Puccini.
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Una regia musicale di vaglia
A collegare musicalmente i tre pannelli, concertazione e direzione di Francesco Ivan Ciampa. Il maestro irpino offre una performance eccellente per la grande finezza strumentale, ravvisabile pure nella piena resa dei tanti e diversi impasti timbrici, e nella bellezza dei suoni morbidi e dei legati; e poi per la scorrevolezza dell'articolazione agogica, per la perfetta adesione al fluire del canto, per quel respiro epico e profondo che infonde ad ognuna delle tre partiture pucciniane. Non poco conta in questo l'Orchestra di casa, pronta ad assecondarlo con slancio e precisione.
Apre e chiude la serata Roman Burdenko, a suo agio sia come Schicchi che quale Michele. Interprete superiore per talento musicale e capacità di immedesimazione, voce baritonale di ammirevole spessore, e dal fraseggio pulito, infonde malizia, vivacità e spirito ironico al primo, dopo aver costruito una figura massiccia, tormentata e febbricitante in Tabarro.
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Titolo là dove Olga Maslova offre una Giorgina vocalmente corretta, ma poco centrata e coinvolgente; e Mikheil Sheshaberidze è un Luigi di forte impatto scenico e musicale, con giusta foga passionale. La brava Chiara Mogini è una pittoresca Frugola; presenterà poi una gelida, impietosa Zia principessa, e quindi un'acida ed avida Zita. Enrico Iviglia è il Trinca, sarà poi Gherardo; Fulvio Valenti - il Talpa - diventerà poi il vecchio Simone; Pierluigi d'Aloia, romantico venditore di canzonette, si trasformerà in baldanzoso Rinuccio.
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Un debutto strepitoso
Anastasia Bartoli debutta l'arduo ruolo di Suor Angelica con esito a dir poco strepitoso, e finisce per essere la star della serata. Dà voce alla delicata figura con sicurezza e senza temerne l'ardita tessitura, mettendo a frutto un canto servegliato ed un timbro seducente, flautato e luminoso. Sa colloquiare con serenità con le consorelle, sa pregare con semplicità e fervore, ma sotto sotto spunta una fulgente carnalità – di madre, non d'amante! – ed una disperata angoscia che seducono, suggestionano, commuovono. Appropriato il florilegio di suorine: Giovanna Lanza (l'inclemente badessa), Federica Giansanti (la maestra delle novizie), Irene Celle, Federica Sardella e Veronika Foia (Suor Dolcina, Genovieffa e Osmina), Erica Zulikha Benato ed Elena Serra (l'infermiera e la zelatrice), Aziza Omarova e Alessandra Gambino (le due cercatrici), Anna Ciprian e Selma Pasternak (le due converse).
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Una Firenze infernale ed orripilante
In Gianni Schicchi, tra dèmoni e cadaveri, incontriamo la garbata Lauretta di Sara Cortolezzis, ed ulteriori buoni comprimari: la Nella di Irene Celle, il Marco di Nicolò Ceriani, la Ciesca di Erica Zulikha Benato, il Gerardino di Ilaria Zanetti, il Pinellino di Giuliano Pelizon, il Guccio di Damiano Locatelli. Doppio ruolo per Alessandro Busi: Spinelloccio e Ser Amantio. Inappuntabile l'intervento del Coro diretto da Paolo Longo, ottimo l'apporto dei Piccoli Cantori diretti da Cristina Semeraro.
Lo sforzo produttivo del Verdi è stato tanto, ma gratificato da una sala piena in tutte le sei recite. Con Giuseppe Altomare e Marta Torbidoni a dare il cambio a Burdenko, Maslova e Bartoli.